Il conte Roberto e la chiesa di San Bartolomeo


di Angelo Gambella



L’estate alifana del 1106 era in pieno corso, la vita scorreva nella sua quotidianità, e il conte Roberto governava la città in un clima di assoluta normalità. Per il conte normanno quell’anno era il ventesimo di regno e si apprestava a concedere l’investitura al figlio, poco più che adolescente, ma che già evidenziava la sua indole guerriera; gli aveva imposto il nome di Rainulfo, come il nonno. La diocesi, fiorente di chiese e fondazioni monastiche, era retta da un giovane vescovo, pure lui di nome Roberto; venticinque anni dopo il grande Rainulfo II avrebbe consegnato il corpo di S. Sisto proprio a quell’ormai maturo vescovo.
Nelle campagne si viveva un breve riposo dal duro lavoro contadino, la mietitura del grano si era conclusa, mentre i grappoli d’uva andavano formandosi per la prossima vendemmia.
Il rettore della chiesa di S. Bartolomeo, che si trovava appena fuori la Porta meridionale, quella che dà al Volturno, poteva ragionevolmente confidare in qualche donazione da parte del conte. In tal senso, infatti, il cavaliere Amelino si era speso di fronte al suo signore feudale al fine di ottenere qualche appezzamento di terra utile ad aumentare le rendite della chiesa. E vi era riuscito. Il conte Roberto, uomo religiosissimo, zelante sostenitore di chiese e monasteri del suo Stato, aveva ascoltato l’istanza del suo fedele milite e deciso di assicurare alla chiesa qualche bene di sua proprietà.
Nel palazzo del conte, il notaio Atenolfo iniziava a scrivere, nel latino contemporaneo, il diploma per San Bartolomeo, partendo dalle motivazioni religiose proprie del conte degli alifani, che lo spingevano, ancora una volta, confidando nella protezione divina, ad effettuare una donazione ad una chiesa. Atenolfo, il notaio alifano, dal nome etnicamente longobardo e non certo normanno, registrava sulla pergamena la disposizione del conte: “Concediamo alla chiesa del Beato Bartolomeo Apostolo il pieno possesso di due appezzamenti che mi appartengono siti nel territorio della città di Alife nel luogo detto Arquata”. A questo punto, con diligenza, il notaio trascriveva i confini e le misure - espresse in passo longobardo - degli appezzamenti che il conte aveva stabilito di concedere alla chiesa. Il primo confinava ad est con la terra degli eredi di Pietro Romaldi per 30 passi, a sud con quella di Cosma figlio del fu Giovanni per 27 passi e a nord con quella di Giovanni figlio di Matocco per 61 passi. Il secondo appezzamento confinava ad est con la strada per 54 passi, a sud si estendeva per 154 passi e confinava con le terre di Peinero figlio del fu Pietro e degli eredi di Azzo Calderario. Questo secondo appezzamento si estendeva ad ovest per 62 passi e confinava con la terra di un cittadino alifano di s’ignora il nome, ma che si sa essere figlio del fu Leone, e con quella di Giovanni figlio del fu Pietro; infine, a sud, la terra confinava con quella di Landenolfo figlio del fu Giudice Giovanni e misurava in totale 144 passi.
Questo sconosciuto Landenolfo possedeva, forse, l’appezzamento più esteso del luogo, probabilmente con Atenolfo ed altri era uno dei notabili della città, ma non aveva proseguito la professione del padre, giudice al tempo dei conti longobardi. Di ciascuno di questi uomini il nome sulla pergamena è tutto ciò che è rimasto. Il conte Roberto, invece, ha lasciato molto di più, il suo nome è ricordato, infatti, nelle cronache e sui vari documenti. Il conte è persino rappresentato in due miniature coeve: in una si osserva ritratto in piedi di fianco al principe; nell’altra seduto su di un trono intagliato con motivi di rombi e cerchi mentre regge un’asta. In entrambe indossa abiti sontuosi, mantello e copricapo.
Anche sulla pergamena vergata ad Alife doveva risultare chiaro ed inequivocabile ai quei posteri che l’avessero avuta fra le mani, che la decisione del glorioso conte normanno doveva intendersi permanente e incontrovertibile. Conseguentemente, il notaio inseriva la formula di rito: né gli eredi, né successori o giudici, o castaldi o chiunque a qualunque titolo esponente della cosa pubblica alifana poteva molestare i luoghi, la chiesa, i rettori e i custodi che ne possedevano tutti i diritti. Veniva inserita anche una pesantissima e sproporzionata sanzione: se qualcuno fosse stato così “forte e temerario” da violare la concessione del conte, avrebbe dovuto versare 500 soldi di oro purissimo metà al tesoro e metà alla chiesa nelle persone dei rettori e custodi.
Roberto non era un piccolo e insignificante signore feudale di provincia; anzi, era un uomo di potere, di valore, e finanche di una certa cultura, come ci ricorda il letterato Leone Marsicano, e come possiamo osservare dal diplomatico superstite: egli siglava personalmente i suoi atti con inchiostro rosso e il suo sigillo d’ispirazione classica raffigurava la Vittoria.
Il notaio proseguiva nella scrittura indicando espressamente che il conte si sottoscriveva personalmente e che veniva impresso il suo sigillo, e così facendo, l’atto acquistava una forma solenne. Quindi concludeva: “Scrissi io, il notaio Atenolfo, su disposizione della suddetta SERENISSIMA POTESTA’, nell’anno millecentosei dall’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, nel ventesimo anno di Comitato dello stesso gloriosissimo conte, il 13 di luglio, nella quattordicesima indizione. Fatto nella città di Alife”. A questo punto il conte normanno tracciava il segno della Croce, scriveva di suo pugno SIGNUM DOMINI, tracciava il monogramma a forma di croce cristiana con le lettere R O B e ERTI, la parola COMITIS e, per finire, tratteggiava cinque piccoli cerchi sempre a formare una croce.
L’anonimo rettore di San Bartolomeo Apostolo poteva dirsi contento e ringraziare conte e cavaliere: due nuovi ed ampi pezzi di terra costituivano un importante patrimonio per il sostentamento della chiesa.


Bibl. Documento una volta esistente nell’archivio della cattedrale di Caiazzo, edito da G.F. TRUTTA, Dissertazioni istoriche delle antichità alifane, Napoli 1776, pp. 357-359, riprodotto in questo sito www.storiaonline.org/normanni/doc3.htm; per l’età longobarda e il periodo normanno cfr. A. Gambella, Potere e Popolo nello stato normanno di Alife, Napoli 2000 e ora Idem Medioevo Alifano, Roma 2007.


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Edizione elettronica dell'11.12.2007 © A. Gambella, tutti i diritti riservati